I Racconti del Fosso 3

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...e TRE!!!

 

La notte.
Una magia.
E’ facile scambiarla con una divinità, come facevano gli egizi quando pensavano alla schiena di Nut inarcata sulle terre del Nilo.
Non è necessaria la Luna. Anche la Luna è magica, e la sua luce ha un effetto tanto potente sull’animo degli uomini da far loro credere che grande sia il potere delle sue fasi su tutto quanto vive e sull’inanimato.
Ma non serve la Luna per rendere magica la notte.
E questa è una notte senza luna.
Fino a qualche decennio fa qualunque ragazzo delle mie parti (anche se non credo che si chiamassero più ragazzi gli uomini di trent’anni…) avrebbe saputo perché la Luna non c’era.
Il cielo è nuvoloso sopra la mia testa, ma non mi sembrano quelle nuvole che possono occultare la vista della Luna. Decisamente no.
La notte è buia e ho lasciato gli ultimi lampioni dell’illuminazione pubblica di Sasso alle mie spalle: è una di quelle sere in cui i pensieri che ti occupano la mente preferiscono uscire al buio, piuttosto che in zone troppo illuminate (o troppo frequentate…)
La torcia fa ballare la luce davanti ai miei passi.
La stradina ghiaiosa procede ancora a lungo verso l’interno. So che attorno a me ci sono arbusti. Che, oltre quegli arbusti, ci sono orti abusivi. Di giorno si riesce a vedere, infilando lo sguardo tra i rami intrecciati.
Ma adesso non c’è nessuno che abbia voglia di spiare la crescita dei ravanelli e dell’insalata.
Avverto la presenza del fosso, che segue discretamente i miei passi alla mia destra, mantenendosi a distanza di sicurezza.
Questo è un vantaggio per entrambi. Io non ho paura di mettere un piede in acqua e procedo speditamente, fidandomi più della mia memoria che della luce sempre più flebile della mia torcia gialla. Il rivo d’acqua non ha paura che possa improvvisamente varcare il confine del suo territorio e mi sta vicino, seguendo i miei passi.
Me lo sono chiesto tante volte: chissà chi, a parte me, frequenta queste stradine disperse, la notte.
Una volta venivo spesso da queste parti. Spesso venivamo con una bottiglia in mano. Nelle tranquille sere d’estate si trattava quasi sempre di chianti, di cabernet sauvignon o di sansovino di Montepulciano. Nelle sere di grandi festeggiamenti (quando c’erano due lire più del solito o quando l’occasione lo imponeva) ci portavamo dietro qualcosa di più forte. Da piccoli (credo avessimo più o meno 14 anni) abbiamo provato tutte le aromatizzazioni mai provate sulla vodka, poi, stomacati da quasi tutte le varianti, ci siamo dedicati alla vodka bianca liscia. In seguito, fino alle occasioni più recenti, si è sempre trattato di whisky, quando possibile irlandese, a volte scozzese, nei momenti più disperati americano.
Ci siamo incamminati “su per il fosso” con le chitarre, per suonare un po’ senza rompere i coglioni a nessuno (in verità preferivamo andare a Lagune per strimpellare, ma lì non eravamo poi troppo graditi…).
Anche con le ragazze, ci siamo andati.
Ma forse non era il posto più adatto.
Non era la magia di un fugace amplesso da macchina quella che abitava questo luogo. Non che ci facesse schifo la cosa (anzi, se la cosa non riusciva quasi mai era: ora colpa dell’assenza di disponibilità della ragazza, ora colpa della nostra giovane età senza patente …in verità era più colpa delle ragazze che delle macchine …noi avremmo fatto di tutto anche in piedi, o sdraiati con un telo dietro i cespugli degli orti…)
Però, in effetti, non era il sesso che ci portava a lasciarci dietro la piazza e ad incamminarci a piedi in un posto senza luce e pieno di bestioline non sempre simpatiche.
Una volta, quando Save aveva appena comprato il primo monovolume, una Renault che a noi tutti, neanche patentati, sembrava quasi un villino su ruote, ci andammo per fare le prove “unplugged” del nostro gruppo …quattro idioti, con altrettante chitarre, che arrangiavano in una cornice alquanto insolita i loro magnifici pezzi…
E’ strano come a scrivere queste cose sembri di fare un gran casino, di metterci un sacco di tempo a recuperare le connessioni logiche …mentre a pensare tutto sembra lineare e immediato…
Forse riguardo ad una cosa noi abbiamo sempre sbagliato.
Nel pensare non c’è niente di razionale (almeno coerente con l’uso che facciamo ordinariamente di questo termine). Il pensiero è velocità, istinto, vita.
Non c’è dualità tra pensiero e emozioni …le emozioni sono solo una parte del pensiero da cui cer-chiamo a volte di prendere le distanze. E neppure tra pensiero e azione …chi è in grado di distinguere in ogni momento il momento esatto in cui comincia a fare quello che fino ad un attimo prima stava solo pensando?
Pensiero scientifico e arte. Solo due metodi di utilizzo di una risorsa troppo potente per poter stare sotto un’unica etichetta.
L’uomo è unità, ma unità in movimento.
Parmenide va in surf sulle onde di Eraclito. Sta tutto lì.
Ci vergogniamo a pensare di essere uno, eppure di essere complessi. La mente che ci ha formato la matematica delle elementari (che poi è l’unica che la maggior parte di noi utilizza nella vita di tutti i giorni, tra panettiere, giornalaio e dichiarazioni dei redditi…) non riesce a capire che l’uno può essere complesso.
“Uno è uno” …quindi se non riusciamo a capire bene quello che pensiamo e quello che facciamo vorrà dire che siamo molti.
…no, signori. Qui sta uno degli errori più madornali che siano mai stati commessi…
Questo è l’inizio della dissociazione schizofrenica, non della comprensione di noi stessi.
Certo, anche così si può arrivare ad un risultato “tranquillizzante” …che siamo tutti pazzi e che quindi non ha poi troppo senso dedicare troppo tempo a capirci…
Non dobbiamo leggere le poche righe precedenti con grande scandalo, e neppure con eccessivo stupore. Se ci pensiamo per un attimo, ci risulterà presto evidente che questa è una soluzione che stanno adottando in tanti, in modo più o meno esplicito.
Una volta si parlava dei diversi e di quello che di importante i diversi avevano da dirci.
Era un grande modello.
Era nato in una società per cui esisteva un modello di massima di normalità (in una società evoluta questo modello ha confini estremamente fuzzy, ma non è vero che non esiste…se si sgretola ci si trova nel caos…). Ed era nato da persone, forse eccezionali per i tempi, che avevano capito che anche una persona lontana anni luce dal mio modo di esistere può raccontarmi qualcosa di interessante.
Quello che sentiamo dire spesso adesso, invece, è molto diverso. Si dice che siamo tutti diversi. Come si può affermare un’assurdità logica di questo tipo, magari pubblicarla in giornali impegnati o pronunciarla in programmi di alte pretese culturali, e non sentirsi dei coglioni?
Voler irrigidire i confini della categoria di “normalità” è pericoloso …non credo che servano grandi esempi per capirlo.
Ma anche rendere il criterio di “diversità”, di “alternativo” il sovrano di ogni nostra scelta, non può che essere una cazzata…
Forse ci sono cose che è giusto pretendere da persone che vivono in un determinato contesto, all’incrocio di un fascio di coordinate spazio-temporali.

                                                                        SASSO MARCONI, 17/01/2003