I Sogni di Peter

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Good Idea Bad Idea

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Cinghiale laureato

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“I sound my barbaric yawp over the rooftops of the world.”

Walt Whitman

Nel mio girovagare alla ricerca di contaminazioni letterarie, tra cinema, musica e rete, mi imbatto in un discorso del mio vecchio amico Fabrizio De Andrè. Si tratta, credo, della risposta ad una domanda di Mollica sull'utopia, durante una delle sue molteplici interviste a Faber.

E' simile nel tono a quei discorsi tra l'erudito e il naif con cui spesso introduceva i brani durante i concerti o spiegava i suoi progetti al suo pubblico, per cercare di esplicitare l'occasione che li aveva originati e le loro complesse sfaccettature. Quelle robe che, se le cerchi di smembrare andando a fondo, spesso ti lasciano un po' perplesso, ma che appena le senti sono capaci di folgorarti. E comunque ti aiutano a pensare.

"Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci, sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura."

Un cinghiale laureato in matematica pura. Un'immagine potentissima... Perché la verità è che fin da piccoli, fin dall'alba di questo nostro Occidente, ci hanno insegnato a guardare sempre come inevitabile la dicotomia tra ragione e sentimento, tra cervello e cuore, tra calcolo e pulsione istintiva. In amore suggeriamo spesso, citando un titolo cult della mia adolescenza, “Va' dove ti porta il cuore”. Mentre spesso ci fanno relegare la ragione alla sfera del calcolo sterile, dell'interesse, della ragione superiore.

Come la ragion di stato in nome della quale, si dice, il governo inglese decise di lasciare che la città di Coventry venisse bombardata dai nazisti, per non far capire ai tedeschi che la loro intelligence era arrivata a decrittare il codice segreto utilizzato dall'evoluto dispositivo Enigma in dotazione alle truppe di Hitler.

In generale, si rischia di contrapporre, sterilmente, ragione e sentimento. E di illudersi che il conflitto che si gioca dentro di noi sia semplificabile a solo due parti in gioco. Lacerati come tirati da due cavalli che tirano in direzione contraria, e non sfaccettati e fragili come mosaici di pezzi di vetro, pietra ed infiniti altri materiali.

In realtà quella che introduce Faber è una terza sfera, rispetto alla semplificazione: quella dell'ideale e del sogno. E nel suo discorso diventa talmente importante da essere considerata caratterizzante per la specie “uomo”. Mica cazzi!

Probabilmente il tema è più complesso di quello che sembra, sbattuti come siamo a destra e a manca, da Aristotele e da Platone, da San Tommaso e da San Paolo, da Cartesio e da Coleridge, da von Neumann e da Freud... Portati a confondere ideali ed ideologie, utopie e fanatismi politici, sfera dell'irrazionale e costante tentativo di piazzarcelo in quel posto.

Qualcuno nel corso della storia del pensiero ha provato a farlo presente. Il Rinascimento con le sue città ideali governate da sapienti, Voltaire con il suo superamento della deificazione dell'intelletto, Popper con la sua analisi della fallibilità della ragione, Goleman con le sue tante intelligenze... Solo per citare qualcuno.

Ma nella percezione comune non ci siamo ancora davvero allontanati dalla dicotomia originaria. Ce lo ricorda il cinema, soprattutto quello facile, di cassetta. Ce lo ricordano le canzoni del bel canto all'italiana. Addirittura provano ad insegnarcelo a scuola, quelli che vorrebbero, probabilmente a ragione, uscire dalla logica dell'erudizione e delle didascalie appiccicate con lo sputo.

Ma il risultato ottenuto non va molto oltre quella dicotomia iniziale. Con qualche variazione sul tema, forse. Certo pericolosissima! “Segui il tuo corpo”, cioè comportati da cinghiale, e considera il tuo istinto come unica misura, calpestando i confini dell'esistenza dei tuoi simili, come se qualunque spinta che viene dai tuoi visceri fosse l'unica legge di vita possibile. Però, magari nello stesso tempo, calcola sempre, come se tutto quello che può essere giustificato razionalmente fosse al contempo giusto. Perché, prendendo spunto dai peggiori stoici, se lo puoi giustificare, puoi farlo!

Perché in questo siamo stati molto bravi, nell'ultimo secolo: far laureare il cinghiale! Insegnandoli a  dare una parvenza di ragione e civiltà a quello che era palesemente inumano. Vivere pensando ai nostri simili come meri strumenti per l'attuazione delle nostre pulsioni.

Di questi tempi il richiamo al sogno e all'ideale è quantomeno utile, in quanto ci costringe a fare il punto sulla nostra umanità minata. E forse anche ripercorrere la carriera artistica di un attore come Robin Williams all'indomani del suo suicidio in preda alla depressione, così inspiegabile per chi vede la risata dipinta del clown, può esserci utile in questa direzione.

Un uomo ha bisogno di credere in qualcosa, e dire che devi solo “credere in te stesso” è una delle panacee tipiche di quell'atteggiamento mentale di cui parlavo prima. Quella dell'uomo-isola. Quella che vuole sbandierare meritocrazie e giustizie sommarie, basate su stati d'animo sociali spesso passeggeri e utili ad auto-giustificarsi. E questi stati d'animo sono normalmente finalizzati soprattutto al vantaggio di colui che agisce.

E, sono consapevole della stranezza dell'affermazione, forse l'uomo ha proprio bisogno di utopia. Anche nell'epoca del progresso accelerato, della globalizzazione e della tecnologia onnipervasiva. Di tendere a qualcosa, anche nella consapevolezza che ci sono un sacco di motivi per cui potrebbe non riuscire.

Abbiamo insegnato ai nostri figli come essere furbi, abbiamo loro spiegato come raggiungere gli obiettivi, cosa fare in nome del sacro principio dell'utilità. Ma abbiamo spesso creato, per istituzionalizzare i nostri errori, esseri umani sempre più deboli, pur nella loro aggressività, sempre più poveri, pur nel loro benessere. Sempre più incapaci di distinguere tra quelle radici che sono indispensabili per volare con le proprie ali e la semplice abitudine anestetizzante.

"Prova a riflettere. Che genere di uomo lo farai diventare, se lo educhi nella paura? Povera bambina mia, non possiamo vivere al posto dei nostri figli (anche se a volte ci accade di desiderarlo). Ciascuno deve vivere e soffrire per conto proprio. Il più grande favore che possiamo fare loro è tenerli all'oscuro della nostra esperienza."
Irène Némirovsky - Il calore del sangue

Utopia è quello che adesso probabilmente non può essere capito, ma che spinge in qualche direzione. Il cambiamento reale è quello che io che sono abituato ad altro non riesco a comprendere a pieno. E non può esserci movimento se non sbilanciando il passo un po' avanti.

Tra l'altro, non ha neppure molto senso pensare di muoversi solo all'interno di tracciati segnati. O lasciarci illudere, a causa della nostra caratteristica arroganza epistemica, di essere realmente capaci di prevedere il futuro. Né con una nostra azione diretta sulla realtà, grazie ai prodigi della nostra capacità di manipolare l'esperienza. Né indirettamente, attraverso qualificati esperti profumatamente pagati da noi o dalla collettività, che possano rafforzare le nostre convinzioni di comodo, conducendoci sorridenti e boriosi verso lo schianto della civiltà. Mentre tutti si lamentano e pochi fanno davvero qualcosa.

“This is the way the world ends
This is the way the world ends
This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.”
T.S.Eliot – The Hollow Men, 1925

Perché è inutile diventare schiavi, più o meno consapevoli, della statistica, e trovarsi comunque all'interno di uno scenario caratterizzato da infelicità, frustrazione, conflitti armati, crimini contro l'umanità, pretestuosi aumenti di capitale.

Siamo esseri complessi. Dinosauri e scimmie non sono così vicini come le nostre comode semplificazioni ci portano talvolta a credere.

Non lasciamoci ingannare dai cinghiali laureati!

Anche con un pezzo di carta, un cinghiale resta un cinghiale. Animale talvolta sgradevole (che risulta certamente più simpatico sulla tavola imbandita del villaggio di Asterix di quanto non lo sia durante un incontro uno ad uno di notte nel bosco), probabilmente dotato di intelligenza istintiva e di affettività procreativa, ma che certo non è degno di divenire nostro modello di sviluppo.

Cerchiamo nuove strade. Immaginiamo nuove realtà. Non lasciamo che vengano uccise le relazioni reali.

La popolarità è un criterio utile per migliorare l'efficienza dei motori di ricerca, ma non può essere l'unica linea guida dello sviluppo del mondo.

"Two roads diverged in a wood, and I
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference."
Robert Lee Frost - The Road Not Taken, 1916

Ultimo aggiornamento Sabato 29 Novembre 2014 20:54

The Mystic Knights of Oingo Boingo - Fenomenologia del “pensare differente”

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Strani collegamenti e flussi di coscienza. Stamattina, sveglio da abbastanza, ma ancora non troppo reattivo, mi imbatto nel video Little Girls degli Oingo Boingo postato sulla bacheca FaceBook di un amico. Un amico con qualche anno in meno di me, ma decisamente molto più attento di me alla storia della musica e alle sperimentazioni musicali, soprattutto degli ultimi cinquant'anni (grazie, Luca Fattori!).

Oingo Boingo. Mi si aprono una serie di cassetti della memoria.

Una conversazione con la mia amica Silvia, mille anni fa, sul secondo 92 delle 7:15 (l'autobus che percorreva il tragitto Sasso Marconi - Bologna e che tutte le mattine portava me e qualche altro “eletto” al Minghetti, un sacco di gente all'ITIS e qualche altro individuo sparso ad altre scuole superiori sparse nel Centro di Bologna). La scoperta casuale di qualche anno dopo, mentre vagavo su internet seguendo una conferenza al DAMS che gli Oingo Boingo erano stati il gruppo di Danny Elfman, papà di un sacco di colonne sonore di Tim Burton, di serie animate di successo (The Simpson in testa) e di film di supereroi e non solo.

Già allora avevo ripensato a quella conversazione mattutina, interrogandomi. Io, giovane liceale molto sensibile al rock inglese e alle sue varianti hard statunitensi, come tanti in quel periodo. Lei ragazza molto carina ed alternativa, di qualche anno più grande di me, che si cibava di New Wave, del neonato Grunge (made in Seattle) e che dopo pochi anni avrebbe trovato in Tori Amos il suo modello di vita.

A me, semplicemente, non piacevano. Avevo trovato qualcosa che consideravo orecchiabile nella loro produzione, mentre ci dividevamo gli auricolari del suo walkman (direi ancora a cassette ...i walkman a CD capaci di non saltare ad ogni buca dovevano ancora arrivare), ma non mi piacevano. Lei mi parlava di contaminazioni, ma forse, semplicemente, non ero ancora pronto a questo termine, che sarebbe diventato parte della mia esistenza profonda solo alla fine del Liceo per consolidare la sua presenza nel mio metodo solo all'Università. Li avevo archiviati, tutto qui.

Quando, però, mi erano ricapitati tra le mani associati al nome di Danny Elfman, che nel frattempo era stato nominato ad un sacco di Oscar e di Grammy, e che era spesso in sovrimpressione sulle nostre televisioni grazie ai titoli di coda dei Simpson, avevo deciso di dedicarci un po' più di tempo.

E avevo scoperto qualcosa di più su suo fratello Richard, sul suo viaggio in Africa per studiare percussioni, su Forbidden Zone e sui Mystic Nights.

E mi era venuto da riflettere su di un concetto che mi è tuttora molto caro. Quello del “pensare diversamente”, o “pensare altrimenti”, come qualche manuale preferisce definirlo.

C'è un modo corretto e tanti modi sbagliati per approcciarsi alla realtà? Oppure si tratta di costruire un proprio metodo personale, che si posi più o meno solidamente sulle esperienze di chi ci ha preceduto e sulle credenze di chi ci circonda, ma che deve necessariamente riservarsi ampi margini di autonomia e di creatività?

Il dubbio è una delle più profonde linee guida dello sviluppo delle mie convinzioni. Sono antidogmatico di indole, altrimenti avrei fatto teologia e non filosofia, ma nel contempo non riesco ad eccitarmi per quelle visioni alternative che poi diventano talmente diffuse e comuni da apparirmi più come mode superficiali che come reali varianti dell'approccio alla realtà.

La musica mi ha aiutato molto. Nel complesso tentativo di capire quanta innovazione ci fosse negli snodi della tradizione che avevano cambiato il mondo, e il modo di ascoltare, stava una parte fondamentale della mia ricerca. Per capire quanta storia fosse entrata, più o meno di prepotenza, nelle note e nelle parole. Quanto mercato e quanta moda.

Ma il principio non è applicabile solo alle produzioni musicali degli Oingo Boingo (o della Penguin Cafè Orchestra, o di tutti coloro che hanno cercato nuove strade, nuove tecniche o nuove contaminazioni di gusto), ma a qualunque ambito dell'azione umana.

E questo, per me, è stato un anno di profonde riflessioni.

E non tutto è iniziato con il mio recente tentativo di cambiare radicalmente la mia vita, che era arrivata ad un punto in cui non mi piaceva più. Non solo un cambio di lavoro (con relativo stato di sospensione e di incertezza). Non solo importanti novità in ambito sentimentale ed affettivo (con qualche grande dolore annesso, tanti piccoli e grandi tentativi di superare gli ostacoli, e tantissima felicità).

A tanto è servito il lungo lavoro con la Virgi per la sua tesina su Basaglia, con annessa la lettura della Storia della Follia e la visioni di tanti film e documentari sul tema. Perché Basaglia, a prescindere da ogni giudizio politico, aveva senza dubbio in testa qualcosa di molto diverso da quello che è successo per colpa di un'incompleta applicazione della Legge da lui promossa e che è stato dovuto in parte alla sua scomparsa prematura.

A tanto la ricerca di documenti e il continuo scambio di idee con Ciuppi per la sua tesina sulla Street Art, forma d'arte capace di portare le esposizioni fuori da musei e gallerie d'arte, anche se spesso il confine tra arte e vandalismo crea un sacco di problemi alla discussione.

A tanto un recente incontro con un ingegnere-seminarista che verrà presto ordinato sacerdote e che ci ha aperto il suo cuore ad alcune profonde considerazioni sulla libertà vissuta proprio lì dove il mondo comune vede costrizione, sulla felicità che non è fatta solo di denaro, successo e di “e vissero felici e contenti”, ma di un percorso e di una consapevolezza che possono a volte anche fare stare male con se stessi e far sentire fuori posto.

A tanto anche il progetto di Matteo Parisini dal titolo LISOLA, un documentario su un esperienza di vita comunitaria che ha interessato il nostro territorio tra metà anni Settanta e inizio anni Novanta. Una Comune che, come tante, si è scontrata con problemi di ordine organizzativo (tempi e ruoli), monetario, sociale, evolutivo, ma che ha comunque segnato in profondità la storia del nostro piccolo paese. E, oltre alla visione del filmato, peraltro molto ben realizzato, mi ha aiutato nella mia riflessione lo scambio di mail e messaggi con il regista (nonché principale ideatore e curatore) del documentario. Nonché persona estremamente in gamba.

Una frase, riportata nel film e diventata motto del progetto, rappresenta secondo me una riflessione profondamente degna di nota: “Quando abbiamo cominciato ci dicevano tutti che eravamo “matti”… le cose “da matti” di allora si possono fare anche adesso anche se saranno cose “da matti” diverse.”

Perché è facile, quasi consolatorio, pensare che la sperimentazione e la contaminazione siano concetti legati unicamente alla sfera artistica. “Tanto cosa posso farci, io?!? Lasciamo che siano gli artisti a porsi i grandi obiettivi, a fare le cose diversamente...” Oppure i designer, o i grandi tecnocrati alla Bill Gates o alla Steve Jobs.

E invece ciascuno di noi dovrebbe affrontare, ciascuno secondo le proprie possibilità, la propria parte di mutamento. Di sperimentazione alla ricerca di qualcosa che sia meglio di quello che abbiamo. Nel tentativo di comunicare in modo più efficace e meno conflittuale, ad esempio. O nel tentativo di un miglioramento etico, che porti verso una società più equa. O nel tentativo di imparare ed insegnare l'empatia, per arrivare ad una migliore capacità di ascolto...

Penso al modello che usa Thomas Kuhn per spiegare la storia della scienza: la scienza non è una costante progressione verso la verità, ma una continua alternanza tra rivoluzioni scientifiche e momenti definiti di “scienza normale” (quelli cioè in cui i le conoscenze che hanno dato il via alle rivoluzioni si istituzionalizzano in paradigmi).

Forse in epistemologia questo modello non è proprio il massimo, e tende a confondere la ricerca della verità con una sorta di mix tra moda e consenso.

Ma forse non è tutto da buttare via. Dopo qualche decennio in cui la sperimentazione economica e sociale avevano condotto i fortunati che c'erano ad un livello di benessere forse mai così diffusamente raggiunto, almeno all'interno dei confini del “nostro mondo”, il paradigma che sembrava impossibile da mettere in crisi ha cominciato a dimostrare tutti i suoi limiti.

Tra i quali l'impossibilità di mantenere certi ritmi di sviluppo senza fare seriamente male al pianeta e a tanta parte dei suoi abitanti presenti e futuri, l'incompatibilità tra il modello maggiormente diffuso e un'equa distribuzione della ricchezza, la difficoltà per le giovani generazioni di poter ambire alla realizzazione (professionale e familiare), tanto da mettere in discussione il diritto inalienabile alla ricerca della felicità. E' la prima volta, ricordiamo, che la generazione successiva deve prepararsi ad un passo indietro, speriamo consapevole e controllato, rispetto alla generazione che l'ha preceduta.

Credo che si sia giunti ad un punto in cui bisogna ammettere la definitiva crisi del paradigma. Proseguire su questa strada vuole dire in prima battuta allearsi con quanti stanno, tanti in modo assolutamente vergognoso, arroccati nei loro castelli dorati, cercando di rendere intoccabile il loro privilegio, e in seconda battuta trovarsi sull'orlo di un precipizio senza la possibilità di tornare indietro e senza la corda per calarsi almeno in modo sicuro al suo interno.

Come fare per ridare speranza ai viventi e entusiasmo ai giovani? Certo non come si è fatto fino ad ora.

L'arte sta cercando le sue nuove strade per raggiungere il cuore delle persone. La forte esigenza di fede e la riflessione su quanto si pone su di un piano realmente alternativo rispetto a quel sentire comune che sta minando la percezione del senso comune inteso propriamente sono sicuramente due segni dei tempi molto importanti.

C'è una grande confusione tra tentazioni di ritorno al passato, anche senza averlo conosciuto, e desiderio di una fuga in avanti totalmente a casaccio che difficilmente può farci approdare a qualcosa che possa diventare la base su cui costruire qualcosa.

Il testo dello spot della campagna “Think Different” della Apple (1997), che in Italia era letto dalla voce di Dario Fo, mentre nel video scorrevano immagini di Einstein, di MLK, di Gandhi, e di un sacco di altra bella gente, al di là di ogni giudizio su quello che poi è stato lo sviluppo della politica aziendale del marchio, credo che abbia ancora un suo fascino:

“Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status quo.

Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità.

E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”

Non voglio esaltare Apple. Nulla di più lontano dalle mie intenzioni.

Vorrei solo auspicare qualche nuovo paradigma da testare, magari basato su quello che ci rende compiutamente uomini e realmente fratelli gli uni degli altri.

Non so se la fuga all'interno del mondo fantasy della mia adolescenza sia un segno indicativo del momento che sto vivendo, ma avrei voglia di grandi imprese, di sentimenti onesti e limpidi, di valori che siano al contempo chiari ed incorruttibili, per quanto pochi e primitivi.

Sognare un mondo migliore, di questi tempi, non è certo un'impresa di cui sentirsi troppo fieri: quello in cui ci svegliamo tutti i giorni fa davvero troppo schifo perché ciò non avvenga.

Ma quanti sono quelli che sono disposti a mettersi in gioco per provare a cambiare le cose?

Ultimo aggiornamento Domenica 22 Dicembre 2013 15:47

Ancora Policrate...

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“L'invidia degli dei mi fa orrore:
nella vita la gioia senza dolore
non fu mai data a essere terreno.”

Johann F. Schiller – L'anello di Policrate
(trad. Roberto Fertonani)

 

Avete mai assaporato realmente la felicità? Avete mai avuto il coraggio di guardare negli occhi l'Amore, il Desiderio, l'Appagamento, anche quando erano talmente grandi da fare paura?

Perché, non neghiamolo, ci piace avere sempre il controllo (o almeno illuderci di averlo) di tutto quello che ci capita. E spesso cerchiamo lo sballo solo per avere un alibi per perderlo senza rendercene completamente conto, ma comunque in modo programmato ...o almeno per poter raccontare questa cosa a noi stessi. Come per fare finta che la scelta di spingerci in quei terreni sia stata totalmente nostra. E che possiamo tornare indietro quando vogliamo.

Ma ci sono tante cose che, semplicemente, capitano, che non danno il lusso o l'illusione del controllo. Segni che possiamo semplicemente decidere di cogliere o di fare finta di non avere colto. In alcuni casi forse la vera fortuna sarebbe non vederli per nulla.

Fissare l'abisso di luce, e decidere di staccarsi da terra, è una cosa al contempo terribile ed affascinante. Ed è meraviglioso quando ti accorgi che, mentre credevi che saresti precipitato nel baratro, in realtà ti stai librando nell'aria e stai salendo. Come il calabrone, non sembravi adatto al volo e invece hai il mondo ai tuoi piedi e hai fregato tutti gli ingegneri aeronautici. Puoi sognare. Puoi volare.

Non so chi ringraziare, se questa sensazione l'ho provata più di una volta, nel corso dei miei anni. Non so se Dio, il fato, il mio carattere, l'educazione che mi è stata data, le meravigliose persone che mi circondano, gli ufo o Max Pezzali ...ma è così. E ci sono dentro in pieno, ancora.

Se risolvessi anche il problema del lavoro e dell'indipendenza economica, forse mi sentirei davvero un dio. E forse è per punire questo sguardo di sfida verso il cielo che mi vengono inviate sempre nuove prove da sostenere.

Conoscete la storia dell'anello di Policrate?

Non è la prima volta che me ne occupo. E' quasi un'ossessione.

La storia non è mia. Ce l'ha raccontata Erodoto, e l'ha resa immortale il grande Schiller, in una meravigliosa ballata scritta proprio quando aveva i miei anni.

Policrate, ricco e fortunato tiranno di Samo, accetta il consiglio di privarsi volontariamente di un prezioso anello, per bilanciare con un evento spiacevole la grande ed ininterrotta catena di eventi fortunati. Ma l'anello torna a lui nella pancia di un pesce pescato da uno dei sui sudditi. L'invidia degli dei che colpisce chi attira l'attenzione sulle sue fortune giunge rapidamente e il tiranno, abbandonato dagli alleati che hanno paura degli dei, viene ucciso dal suo grande nemico.

Sarebbe stato forse meglio per lui perdere l'anello per sempre. Avere la prontezza di rilanciarlo in mare, di donarlo ad un questuante per strada, forse anche lanciarlo nella lava del Monte Fato andrebbe bene. Allontanarlo prima che qualche dio invidioso abbassassi il suo sguardo maligno su di lui.

Respingo con forza invidie e maldicenze degli uomini. O forse semplicemente non me ne curo. Da sempre. Credo nella libertà di scegliere, di agire, di pagare le conseguenze delle proprie scelte, di volare alti sulle voci che blaterano a vanvera, di essere felici e di soffrire. Ma con l'invidia degli dei c'è poco da fare... E, per quanto mi sforzi a scagliare lontano l'anello, e il suo valore materiale, sperando che questo sia sufficiente per distogliere l'attenzione dalle mie fortune immateriali, c'è sempre qualcosa che riporta su di me l'attenzione, di uomini e dei. Finendo inevitabilmente per turbare la mia pace.

E stavolta, forse, ho davvero perso la scommessa in partenza. Ho davvero sbagliato. Anche se non potrò mai rimproverarmi di non averci provato. E vale sempre la pena dare l'assalto al cielo, se l'obiettivo è la felicità.

Forse dovrei andare via, non solo cambiare aria in senso figurato. Anzi. Non forse. Credo che sarebbe la scelta più saggia. E tutt'ora non l'ho certo esclusa... Almeno via per un po'. Almeno fino a quando la pancia della mia balena non venga squarciata e mi ritrovi tra le mani di qualcuno che non abbia timore di far arrabbiare gli dei.

Ma quando mai ho dimostrato saggezza nella mia vita?

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 06 Marzo 2017 21:01

Quanto amavo Gwyneth Paltrow...

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"Sono Tony Stark, ho una ragazza carina,
ho costruito molte cose e occasionalmente salvo il mondo!
Perciò, perché non riesco a dormire?"
Iron Man 3

 

Qualche sera fa sono andato al cinema a vedere Iron Man 3. E, non ne ho capito del tutto il motivo, mi sono messo a ripensare al primo incontro con quella che ora è la dolce e risoluta Pepper Potts, dinamica fidanzata del genio-miliardario-filantropo-playboy Tony Stark.

Sliding Doors. Non solo un film del 1998. Se non fu l'esordio, è stato senza dubbio il lancio del sorriso biondo di quell'eterea Gwyneth Paltrow che, almeno fino alle trasformazioni di Iron Man 3, avevamo angelicato e eletto ad immagine della fidanzatina dei sogni. Nell'arco di pochi mesi, il suo sorriso divenne onnipresente Shakespeare in love, Paradiso Perduto (bel film, anche se meno sorridente), e Sliding Doors, ovviamente...

L'immagine delle due porte scorrevoli della metropolitana che creano quasi per mitosi due destini al contempo alternativi e paralleli è davvero potente.

E non credo che sia un caso il fatto che in questi giorni complicatissimi e densi di dolorosa e potente gioia dell'anima, il mio pensiero sia tornato proprio lì.

Forse non è stata solo colpa di Tony Stark e della sua dolce e determinata metà.

Perché, se è fuori di dubbio il fatto che le scelte e i progetti siano determinanti nello stabilire la direzione dei nostri passi e delle nostre vite, è altrettanto vero che ci sono tante piccolissime cose che influiscono in modo imprevedibile sul corso di quelle nostre stesse vite.

Alla fine degli anni '90, da filosofo attento, frequentavo con piacere letture di logica fuzzy. Con le sue infinite gradazioni tra 0 e 1 e il superamento dei limiti delle semplificazioni binarie. Mi affascinava la teoria del caos, anche se forse in modo più “mistico” che accademico. E fare il filosofo era anche terribilmente figo: nessuno che avesse visto Jurassic Park poteva ignorare il Butterfly Effect, dopo che il professor Malcom l'aveva sapientemente utilizzata per fare colpo sulla bella paleobotanica!

Un piccolo incidente. L'occasionale rilievo di un dettaglio. L'incontro casuale con un altra persona. Un saluto lanciato per sbaglio con grande entusiasmo. Un bacio non previsto. Il lieve battito d'ali della farfalla che dal Brasile produce un tornado in Texas. L'insetto calpestato per errore nel racconto di Bradbury (o della puntata dei Simpson) che produce conseguenze nefaste per il futuro dell'umanità.

Un solo essere umano può costruire con il suo ingegno e con le sue mani bombe capaci di distruggere il globo. Ma praticamente nessuno è in grado di sfuggire al caso.

Per vincere ci vogliono occhio, pazienza e buco del culo...” Un adagio popolare ripreso da illustri strateghi dell'era moderna (primo tra tutti il nostro ex C.T. Arrigo Sacchi)

E, se l'occhio si allena e la pazienza si può ragionevolmente esercitare fino a portarla a gradi funzionali alla sopportazione degli aspetti negativi della vita e delle persone moleste, per il terzo fattore non possiamo che limitarci a prendere quello che viene!

Tra pazienza e buco del culo, c'è forse una sola dote che possiamo cercare di educare. L'ottimismo è quel qualcosa che ci aiuta ad interpretare quello che ci accade partendo da una chiave almeno positiva. E ad attenderci qualcosa di buono dal futuro. E questo non è mai totalmente inutile.

Essere positivi non costa nulla, a parte qualche dura delusione ogni tanto. Ma con un po' di esercizio, anche le delusioni che la vita ci lancia addosso ogni giorno finiranno per essere più sopportabili! E poi, in fondo, le delusioni colpiscono anche i non ottimisti. E, se non li colpiscono più, vuole dire che la loro sfiduciata depressione è forse giunta ad un punto che non credo nessuno di noi invidierà più di tanto la loro disillusione.

Chi si ricorda l'apertura di Match Point di Woody Allen?

Chi disse: "Preferisco avere fortuna che talento" percepì l'essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

Ultimamente la mia vita è caratterizzata da un effetto domino di porte che si aprono e si chiudono. Chiusa porta, aperto portone. Corso contro la pioggia con un ghigno di rabbia, mi sono ritrovato in uno scantinato travestito da Hilton per poi poi ritrovarmi a correre sui tetti a cielo aperto sotto le stelle, senza sapere come ci ero arrivato, ululando alla luna che mi guardava dall'alto con tutto il suo splendore. Trovando pezzi di me che credevo perduti per sempre, ed accorgendomi che tante cose che mi sembravano acquisite in modo permanente le avevo già perdute chissà quanto tempo fa. Inebriandomi di primavera.

Attento, amico. Se ogni tanto non butti un occhio per controllare, potresti accorgerti di avere perso qualcosa che credevi custodito gelosamente nel cassetto del tuo comodino.

Ed eccomi lanciato in velocissime porte girevoli, che tendono a spararmi in uscite inaspettate. A volte capisco dove sono, altre mi guardo attorno smarrito. Ma cerco comunque qualcosa di bello su cui riposare il mio sguardo, qualcosa di buono con cui placare i miei sensi.

La strada torna ad essere un'amica. Di cui forse ho sentito anche troppo la mancanza. Ricomincio a sentire distintamente le urla di gente che soffre e le risate di chi ha intuito qualcosa sul motore del mondo. Empatia.

E a questo punto? Beh, continuerò ad inviare ovunque il mio curriculum e a cercare di creare contatti, ovviamente. Per non lasciare il destino da solo, o almeno per provare a recuperare in parte l'illusione di controllarlo almeno un po'. Non mi affiderò solo alla fortuna, ovviamente. Non posso permettermelo.

E continuerò a camminare. Cercando di capire come migliorare le mie capacità adattive. Lavorando con ottimismo sulla pazienza e sull'attesa dei segnali buoni. E sperando, senza buttarmi giù, in una bella botta di culo!

Un primo imprevisto elemento di felicità è arrivato. Speriamo sia il segno premonitore del vento che cambia e di un'onda che passa ...io sono pronto!

Ah! Solo una precisazione. Non vorrei che si fosse capito male dalle prime righe dell'articolo. Ora che abbiamo visto la nostra Ginetta preferita colpire in volo uno dei tanti esoscheletri di Iron Man, passandolo da parte a parte e sbattendolo agilmente a terra pronto per il demolitore, siamo solo passati dall'amore idealizzato al sangue che ribolle nelle vene. Non è che abbiamo smesso di pensare a lei ...tutt'altro!

Buona vita a tutti.

 

Gerry, io sono una donna. Noi non diciamo quello che vogliamo,
ma ci riserviamo il diritto di romperci le palle se non l'otteniamo.
È questo che ci rende così affascinanti, e un tantino pericolose.
Sliding Doors di Peter Howitt

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 24 Maggio 2013 07:46

TEMA: Un po' di cose che non mi vanno del mondo in cui vivo

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SVOLGIMENTO:

Non sono tutte. Non è un catalogo esaustivo.
Solo un modo per fare il punto su alcune cose che non mi vanno.

1) La stupidità
Davanti ad un problema possiamo:
- negarlo senza ritegno,
- arroccarci sulle dinamiche buoni/cattivi in modo da incolpare sempre i soliti e lavarci le mani delle nostre responsabilità,
- cercare di risolverlo.
I primi due atteggiamenti sono statisticamente i più diffusi.

2) L'apparenza
Tutti criticano tutti, spesso perchè vogliono apparire.
Tanti lo fanno per apparire loro stessi, molti lo fanno senza capire cosa dicono.
Il giorno che smetteremo di preoccuparci più di quello che gli altri pensano di noi che di quello che vogliamo essere probabilmente sarà più bello anche il sesso.
Puoi leggere un Bignami e fare come se avessi letto i Promessi Sposi.
Puoi passare un compito o un'interrogazione, con quello che ti resta.
Puoi anche sembrare uno che ha letto i Promessi Sposi, se hai letto il Bignami con attenzione.
Ma attento a non dimenticarti se li hai letti o no.

3) Tutti sono nostalgici
Basta leggere qualunque giornale, anche il più liberale, anche il più progressista.
Basta ascoltare un po' in giro.
Chi studia il passato, raramente usa il suo sapere per cercare di capire il presente e le sue bellezze.
La memoria e l'esperienza sono fondamentali (in senso etimologico), ma viviamo in un presente in continuo movimento verso il futuro.
C'è chi invoca i bei valori dei tempi andati, c'è chi vuole farne tabula rasa facendo della demolizione il valore estremo.
Raramente cerchiamo di capire come costruire noi stessi, nel presente che si manifesta giorno dopo giorno, in relazione con gli altri (diventando portatori di valore).
corollario 1: seppelliamo i defunti una volta per tutte. Ciascuno ha diritto di ricordare i suoi. Anche perchè i morti non sono di nessuno. Il risultato è analogo.
Alcuni sono stati buoni, altri sono stati cattivi, alcuni sono anche arrivati alla santità. Ma non sono bandiere.
corollario 2: si stava meglio quando si stava peggio, ma anche oggi si sta peggio.
Lo dicono tutti. Quindi, forse, stiamo meglio. Ma di quando?
I sofismi dei filosofi della chat mi hanno rotto il cazzo.

4) Quando ci si confronta bisogna anche ascoltare
E' inutile confrontarsi, se le posizioni sono già chiuse e determinate in partenza.
Se quando mi ascolti, pensi che io sia un coglione, per favore, non farmi perdere tempo.
Io prometto di cercare di fare lo stesso.

5) Il mondo è complesso
Dobbiamo farcene una ragione.
Chi ci aiuta a semplificare i termini della questione, ci da una mano a capire meglio.
Chi semplifica troppo, sta portando nel sistema problemi non necessari.
E' suo diritto parlare, ma non è obbligatorio starlo a sentire, neppure se parla da dentro una scatola.

6) Basta urlare
Qui non credo servano spiegazioni.
Probabilmente, se non capisci, hai perso tempo ad arrivare fin qui a leggere.

"Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere."
(Ludwig Wittgenstein, Prefazione al Tractatus)

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Gennaio 2012 17:41

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