I Sogni di Peter

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Metallo pesante nell'aria

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“Se la musica è troppo alta, sei troppo vecchio”

 

(l'articolo nasce per il numero del Resto di Sasso di aprile 2013)

 

La frase che ho scelto come epigrafe dell'articolo è una citazione da Ted Nugent, chitarrista americano attivissimo fin dalla fine degli anni Sessanta. Ma è una buona sintesi di un modo di vivere il rock tuttora validissimo! Che si adatta benissimo anche al Metalcore dei The End at The Beginnig, protagonisti di questa puntata.

Parlare di Metal, mi riporta indietro di qualche anno, e ravviva un sacco di ricordi. La mia prima chitarra è arrivata in seconda media (wow... più di 20 anni fa!). Una chitarra classica, per imparare, ora dispersa a casa di qualche ex allievo a cui l'avevo prestata. Poi è arrivata la mitica Ibanez folk, corde bronzo/fosforo, che mi accompagna tuttora (mostrando ahimè i suoi anni) nelle mie peregrinazioni. Ma fu soltanto per la promozione di Terza Media che arrivò l'elettrica, la tanto sognata Fender Strat HM nera, una modifica “cattiva” della classica Stratocaster, con ponte tremolo più aggressivo ed un potente humbucker, per suoni pesanti e distorsioni prive di ronzii. H.M. stava, come forse è intuibile, per Heavy Metal. Perché, se il mio dio delle sei corde era senza dubbio Mark Knopfler dei Dire Straits, non posso negare che l'aspirazione massima (non solo mia, ma di tanti quindicenni di allora) era quella di tirar fuori da quell'arnese quello che sentivamo negli album in cui suonavano soggetti come Eddie Van Halen, Ritchie Blackmore e Angus Young. Decisamente meno “morbidi” del professore britannico che amava Bob Dylan!

A proposito di Metal, faccio fatica a non pensare ad una bellissima immagine che circolava qualche tempo fa su internet: un pubblico di “cattivissimi” metallari che si passa, spalla a spalla, un ragazzo handicappato sulla sua carrozzina, per farlo passare in prima fila, davanti al palco. Perché il Metal è così: cattivo sì, ma solo di rado pericoloso. Non privo di sentimenti positivi. E una giacca nera con un sacco di borchie e una maglietta con i teschi non sono (quasi) mai state un problema, e possono essere molto meno pericolose di una giacca e una cravatta. Ho sempre pensato che la scelta Metal sia prima di tutto catartica, e ci aiuti ad espellere quella rabbia che ciascuno di noi si porta dentro, e che, repressa, fa spesso un sacco di danni.

La scena Metal è tuttora vivissima, anche a Sasso! The End at The Beginning (in dettaglio Nick Roccati, voce, Andre Marcomini, chitarra solista, Tex Tassi, clean voice e chitarra ritmica, Ale Scarpetta, basso, e Flep Traversini, batterista), che suonano insieme da un paio d'anni, con il loro album eponimo uscito a fine 2012, ne sono una dimostrazione davvero interessante.

Nati nel 2011 dal desiderio di suonare insieme (all'inizio sono Tex, Flep e Andre, poi arrivano Ale e Marco, il primo cantante, che viene poi sostituito da Nick), caricati da una bella prima esperienza live sul bel palco della SassoFest, decidono di unire alle cover già in repertorio anche una loro produzione originale. Il nome, scelto principalmente perché “figo”, cito testualmente, nonostante le difficoltà di pronuncia, non può non rimandare anche ad un'ossimorica confusione tra inizio e fine, che fa pensare ad un'idea di futuro estremamente sofferta. Comune a tanti, più o meno giovani.

Chiedo a Tex (classe 1991) una dichiarazione sulla loro produzione musicale, e, sempre per colpa del mio pessimo inglese, anche di riassumermi un po' i contenuti delle canzoni presenti nell'album, i cui testi sono a volte di difficile comprensione anche per le tecniche canore impiegate. Questo quello che mi dice: “Facciamo musica perché ci piace, cerchiamo di trasmettere l'energia e le forti sensazioni che noi stessi proviamo sul palco. I nostri testi sono estremamente variegati, dall'indecisione all'ingiustizia (Weakness In Me), dall'apparenza di non riuscire a reagire talvolta ai problemi (No More Reaction) ad un libero flusso di pensieri alla Joyce (Camilla's Turn). Non pretendiamo di diventare famosi (anche se l'obiettivo di ogni musicista è che la propria musica sia ascoltata dal mondo), ma ci limitiamo a condividere pensieri, adrenalina, sudore, sputi e brividi sul palco con chi ci ascolta”. Questo ci ricorda un'altra caratteristica propria del Metal: la fisicità e il fatto di dare tutto, di correre, sudare, stancarsi fisicamente. Il musicista non si risparmia e non rifugge il contatto. E anche qui l'elemento catartico si fa evidente. Fisicamente evidente.

Sezione ritmica potentissima e precisa, ed una collaudata struttura di continuo dialogo ed armonizzazione tra voce distorta (growl, variamente sfumato) e voce pulita, sono senza dubbio due punti di forza di un gruppo che sono certo abbia ancora tanto da raccontarci.

Per concludere, voglio ricordare che siamo tutti invitati il 6 aprile al Caos Rock Club di via Zanardi a Bologna, dove salteranno, suderanno e regaleranno brividi adrenalinici a tutti i presenti, insieme agli svizzeri RTC.

Permettetemi un'ultima osservazione, estemporanea ma non troppo. Siamo solo alla quinta puntata del nostro viaggio. Ma ho notato un elemento, che mi sembra degno di nota: all'album degli Absolut Red aveva contribuito JoPoli dei FuoriOnda. All'album dei nostri amici The End at the Beginning ha contribuito Luca degli Absolut. Mi sembra evidente un'apprezzabile solidarietà musicale tra giovani band, capace di attraversare trasversalmente i generi, per di più con buona professionalità. Questo è forse un esempio che il mondo, non solo musicale, dei cosiddetti adulti dovrebbe imparare a seguire...

The End At The Beginnig

Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Aprile 2013 07:13

Il Club dei Vedovi Neri, tra amore, morte e vita

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(l'articolo nasce per il numero del Resto di Sasso di marzo 2013)

“Perché ogni tuo secondo viva
E non ti sembri poco
Tu brucia”
(Il Club dei Vedovi Neri - Brucia)


Anche questa volta si cambia genere, ma, dopo le divertite ed incuriosite divagazioni degli scorsi numeri, per rientrare in un terreno a me più congeniale, una curiosa e virtuosa intersezione tra due generi che amo molto: la produzione cantautorale folk di lingua italiana, e la letteratura giallo/noir delle nostre terre. L'occasione per parlare de Il Club dei Vedovi Neri è la recente uscita del loro nuovo E.P. (Extended Play), intitolato Numana, in omaggio al luogo in cui buona parte delle canzoni sono nate, in attesa del loro secondo album, che attualmente è in fase di lavorazione.

E sono felice di poter prendere spunto dalle suggestioni che mi offre la loro musica per ricordare anche il folto bosco (sottobosco sarebbe riduttivo!) del giallo e del noir letterario nostrano: i sassesi Roberto Carboni e Gianfranco Nerozzi, i nostri vicini di casa del dinamico duo Macchiavelli/Guccini, il bolognese d.o.c. Matteo Bortolotti, tanto per citarne alcuni ...chissà che prima o poi non li si possa vedere tutti insieme sul palco del Teatro di Sasso Marconi, proprio sulle note de Il Club dei Vedovi Neri, a presentare una retrospettiva sui film “neri” dei fratelli Avati (e non solo), magari in compagnia di Carlo Lucarelli, che ormai pare essere stato “adottato” dal Comune di Casalecchio. E' evidente che il noir trova terreno fertile dalle nostre parti ...perché non valorizzare questa cosa?!?

Per tornare ai nostri eroi, all'anagrafe Claudio Brizi (chitarra) e Francesco Casarini (voce), questo giornale si è già occupato di loro nel maggio 2011, presentandoli come gli artisti che costituiscono dalle origini la “colonna sonora” ufficiale del Premio dedicato a Nik Novecento, attraverso l'intervista preparata dal giovane Lorenzo Atti.

Personalmente, ho apprezzato tantissimo il loro primo album del 2010. Dodici Storie Nere, di nome e di fatto. Dodici brani che raccontano altrettanto storie noir, narrativamente articolate e concluse spesso in modo al contempo poetico ed arguto. Il primo album ci aiutava a capire molto riguardo al loro nome: il Club dei Vedovi Neri era, infatti, protagonista di alcune storie che avevano segnato lo sconfinamento di Asimov, mostro sacro della fantascienza, nella letteratura del mistero e nel racconto giallo.

L'ispirazione musicale dichiarata era quella delle murder ballads di lingua inglese, che rinvia direttamente a Johnny Cash, a Nik Cave, a Neil Young, strizzando forse un po' l'occhio anche al cinismo del francese Brassens, ma personalmente non sono mai riuscito ad ascoltare i bellissimi testi di questo album senza pensare alla Ballata dell'Amore Cieco, alla Canzone di Marinella e alle canzoni di Non al Denaro non all'Amore né al Cielo del grande Fabrizio de Andrè.

Il nero è ovunque: in Letizia, protagonista della prima traccia dell'album e di un video che ha ormai più di 10.000 visualizzazioni sul canale You Tube della band, “Lui in piedi sulla riva con le mani lungo il corpo / Lei stesa tra le acque senza il fiato che le ha tolto”, così come, nella bellissima Il violinista, nelle corde del violino “dalle chiavi allontanate / stringono le gole delle donne da lui amate”, per non parlare degli ubriachi di Dicembre o della canzone L'ultimo ...”È l’ultimo stanotte, vedremo domattina”

La formazione attuale, con cui è stato registrato Numana, fatta salva la presenza di Claudio e Francesco, è cambiata rispetto alla situazione del primo album, e si è arricchita del basso rock del sassese Pietro Zanini e della batteria dell'attivissimo Renato Raineri, che insieme hanno già condiviso l'esperienza delle apprezzate Officine Musicali. E, pur avendo forse un po' perso il progetto di fondo legato alla raccolta di situazioni noir, forse difficile da replicare senza cadere nella monotonia, quello che ci lascia immaginare il nuovo EP è una maggiore attenzione ai suoni e al missaggio, e una più matura poetica dei testi, con una costruzione forse meno lineare e narrativa, ma certo maggiormente onirica. Senza dubbio, si esce dall'ascolto delle nuove tre tracce con una grande curiosità e con grandi aspettative nei confronti dell'uscita del nuovo album.

Tre tracce, dicevo: Brucia (da cui è stato tratto il nuovo video), L'attesa e Luce senza ombre, disponibili sia su CD che in free download. La prima, dolcemente malinconica, contiene un insistente invito a vivere pienamente la vita prima che fugga via, mentre le altre due si avvicinano forse un po' di più, sia dal punto di vista musicale che nel contenuto del testo, al gusto del primo album.

Attendiamo quindi l'attesa del nuovo lavoro, per vedere quanto “neri” siano diventati i nostri “vedovi”, certi del fatto che la nostra attesa verrà ricompensata con generosità.

Il sito ufficiale della band, per informazioni, contatti ed uscite, è: http://www.vedovineri.it.

 

Club dei Vedovi Neri Numana

Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Aprile 2013 07:13

Testi 2012-2013

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Cerco di approfittare della relativa tranquillità di questi giorni per iniziare a pubblicare i testi che abbiamo usato quest'anno per i nostri lavori con i Regaz di San Lorenzo.

Cercherò di tenere aggiornato l'elenco nei prossimi mesi...

 

In ordine:

28 settembre: Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio ...ma la Fede? (testo)

5 ottobre: Fede ...solo una parola? (testo)

12 ottobre: La Fede ...questa sconosciuta! (testo)

2 novembre: Visione di Piramide di Paura ...ripassiamo Sherlock Holmes!

10 e 11 novembre 2012: ritiro di inizio anno. Si introduce il tema "Scienza e Fede" partendo dalla figura del Presepio che ci è stata affidata (i Re Magi, testo 1), per poi approfondire nel secondo giorno il quadro generale del tema (testo 2). Allego anche il testo utilizzato per la Veglia serale.

23 novembre: Debutto Magico di Carla (uscita al Club Magico)

15 dicembre: Festa sotto l'Albero ...ai nostri attori l'onore di fare da intermezzo comico tra le performances canore! Questo il testo del nostro canovaccio, con in scena 3 curiosi Magi.

11 gennaio: Fede e Ragione: riprendiamo il discorso. (testo)

18 gennaio: Dio è una forza più potente di mamma e papà messi insieme. (testo)

1 febbbraio: Centro di gravità permanente. (testo)

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 19 Febbraio 2013 13:10

Sasso Marconi, lunedì 4 febbraio 2103

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Il countdown oggi segna 0. In realtà sono ormai 3 giorni che segna 0. Ma lo guardo solo oggi per la prima volta. Da venerdì a stamattina ho staccato la spina su tutte le questioni lavorative. Lo avevo fatto partire circa 2 mesi fa. Poco prima di Natale, direi. Dopo che, a metà novembre avevo preso la decisione di dimettermi.

6 anni passati a fare il subagente di assicurazione. Un lavoro che probabilmente non è mai stato mio. Ma che mi lascia, fortunatamente, anche qualche bel ricordo e tante nuove relazioni, oltre ad una diffusa sensazione di amarezza. Di progetto fallito. Di aver toccato con mano una delle cause di stagnazione della nostra martoriata Italia.

La mente torna a 6 anni fa. Quando l'attività della piccola SRL che avevamo messo in piedi con un grande sforzo stava andando a rotoli. Finanziamenti ridotti, tempi di pagamento allungati, contratti di gestione in discussione: meno soldi con la pretesa di fare le stesse cose. Ritornello già sentito.

E quindi, sfruttando un'opportunità inattesa, di quelle che la vita ogni tanto ti mette davanti, avevo deciso di “cambiare aria”. Con la speranza che fosse arrivato il tempo di un lavoro un po' più regolare, e di guadagni un po' più stabili. Il lavoro regolare c'è stato, con i suoi pregi e i suoi difetti. E pure i guadagni si sono stabilizzati, anche se decisamente al di sotto delle mie aspettative. Non era fondamentalmente cambiato nulla: qualche serata e qualche week-end libero in più, in cambio di qualche mal di pancia in più. E di un po' di noia.

Nei primi giorni di dicembre, dopo che avevo già dato le dimissioni, mi è capitato di sfogliare l'agenda e di trovare questo appunto, sulla data del 21 dicembre 2012 (la fine del calendario Maya, con conseguenti timori goliardico-millenaristici): “Se il mondo non è finito e non mi sono ancora arricchito, mandare a fare in culo il mondo dell'Assicurazione!”. Scritto di mio pugno. Non so quando. Forse un anno fa, quando la voglia di fuggire si era fatta incontenibile. Forse più. Di certo è l'ennesimo segnale di conferma: 6 anni era il termine massimo ragionevole per fare un bilancio tra aspetti positivi ed aspetti negativi. Abbastanza per dire di averci provato seriamente, abbastanza per pretendere che il noviziato fosse finito, abbastanza per pretendere qualche soddisfazione in più. E così sarebbe andata, con buona probabilità. Se non ci fosse stata la crisi. Ma le crisi ogni tanto accadono, e raramente pubblicano avvisi con grande anticipo.

Forse non siamo una generazione destinata alla stabilità, almeno nei grandi numeri. O forse la stabilità come la intendevano i nostri genitori o i nostri nonni non fa più parte di questo mondo. Con buona pace di chi ha le spalle un po' più larghe, e può fare finta che il lavoro non sia importante (“Farei qualunque cosa pur di evitarmi la noia dell'ufficio...”, dice dall'alto dei suoi 41 anni con aria radical chic, come se i suoi 2.500 euro da lavoro dipendente non esistessero), che la famiglia non sia importante (“In fondo, l'unico problema è trovare compagnia per la notte di tanto in tanto...”, mostrando un'evidente confusione tra famiglia e sesso), che la casa non sia importante (“Basta poi un tetto sulla testa ...che dico un tetto? Una roulotte, una tenda...”, frase pronunciata sul divano massaggiante davanti alla TV da mille mila pollici, subito dopo le lamentazioni per l'IMU versata). Con buona pace del Presidente del Consiglio che scherza sulla monotonia del posto fisso, o del suo ministro lacrimoso che bolla i giovani come “choosy”, dopo aver ben piazzato figli e familiari vari si intende. Mentre sotto i loro occhi si consumavano le peggiori porcate bancarie ed assicurative che la storia d'Italia ricordi.

Dopo esserci sorbiti tutte le cosiddette “riforme” della scuola italiana (quanto si è abusato di un termine tanto nobile per indicare la sperimentazione da laboratorio!), di ogni ordine e grado, dopo aver subito il proliferare di divieti folli e l'incapacità di controllare demandata sempre ad altri, certi fin da fanciulli di subire le nefaste conseguenze della riforma (ancora questa parola magica...) delle pensioni ...come potremmo pretendere una vita lavorativa regolare?!?

Difficile immaginare una via d'uscita, parrebbe. Ma sono certo che ci sia.

Prima di ogni altra cosa, credo che si debba operare una riforma etica profonda, che riguardi i comportamenti di ciascuno di noi. Dobbiamo recuperare una dimensione morale, nel senso nobile, non svilente, del termine. Maggiore consapevolezza di quello che facciamo, del perché lo facciamo, e di quello che siamo intenzionati a sopportare da parte di altri.

Sono stanco di quelli che confinano la morale alla vita privata, quasi fosse un lusso da fine settimana o da vacanze in Sardegna. La cosiddetta “sospensione del giudizio” viene usata in senso più utilitaristico che fenomenologico. Morale ciclico-mannara, simil-paracula. Mi spiego meglio: sono stanco di chi dice “io sono una persona onesta, anche se per lavoro mi tocca inculare la gente”. Perché abbiamo sempre più l'impressione che la moralità sia qualcosa che non riguarda le 8 ore della giornata lavorativa? Non capendo che è un po' come quando i gerarchi che facevano sparare sulle persone disarmate per strada si facevano poi fotografare con la moglie e i figli paffuti i stile “Famiglia Cuore”, o come quando ci fanno vedere i capimafia che fanno la Santa Comunione in Chiesa durante il giorno del Signore. Sveglia! Quasi tutte le scelte sono anche etiche. La morale non va in vacanza quando eseguiamo ordini o obbediamo a direttive, sia in guerra che per lavoro.

E' vero che la società in cui siamo, la televisione che guardiamo, i politici che ci governano, ecc... spesso ci convincono che dobbiamo abbassare il tiro. Che dobbiamo accontentarci e non farci troppe domande. Che, in fondo, un “buon guadagno”, qualunque cosa si intenda, merita qualche “pizzico sulla pancia”, che sempre più spesso equivale ad una vergognosa narcolessia della coscienza.

Smettiamo di illuderci. Se ti vendo una fregatura, non basta l'alibi che sul mercato non ci sia poi tanto meglio, che “se non lo inculi tu, si farà inculare da qualcun altro”. Quando impegno tutte le mie forze intellettuali per convincerti, o, come dicono i manuali, per “superare le tue obiezioni”, probabilmente ti sto rompendo i coglioni e sto indirizzando ad un obiettivo sbagliato la mia intelligenza. Quando ometto dettagli scomodi che potrebbero farti venire dei dubbi sull'acquisto, sto rinunciando alla mia funzione di consulente.

A questo punto, scusate il lungo delirio, forse può esserci bisogno di fermarsi a pensare, e cercare di capire se fare qualcosa che sia un po' più in consonanza con le nostre aspirazioni. Qualcosa che ci faccia sentire un po' più a nostro agio con noi stessi.

E così ho deciso di abbandonare la nave, che oltre tutto mi sembrava inoltrarsi verso cattive acque. In zattera verso l'ignoto, con l'unico vantaggio di non avere con me una tigre del Bengala. Senza grosse certezze sulla rotta da seguire o sulla destinazione. Ma almeno libero!

Sto mandando in giro il mio curriculum come non ho mai fatto prima. Vorrei raggiungere tutti i teatri, i musei, le fondazioni culturali. Non mi dispiacerebbe mettere la mia esperienza di organizzatore a disposizione della costruzione e gestione di pacchetti turistici, culturali, enogastronomici. Se c'è qualcosa che so fare, è a disposizione di chi si preoccupa di rendere questo nostro mondo un po' migliore. Ma non mi sono posto quasi nessun limite.

La situazione in sostanza è: “Astenersi assicurazioni e banche. Mentre con i perditempo, almeno in questa fase, un caffè e due chiacchiere posso ancora investirle!”

Mi sembra utile, a questo punto, più a me che a chi legge, probabilmente, riportare una sintesi quasi letterale delle 8 regole enunciate da Beppe Severgini in Italiani di domani. Forse non esaustive per i numerosi problemi del nostro amato Stivale, ma comunque un gran bel programma da cui ripartire per risolverne una buona parte:

  1. NON ASPETTARE. La festa è finita. Con buona pace di chi non c'era.

  2. NON TEMERE. L'Italia è un paese naturalmente conservatore, ma non tutto è da conservare.

  3. NON PIAGNUCOLARE, ma sforzarsi di slegare l'Italia dai suoi lacci

  4. NON TACERE. L'orgoglio nazionale è necessario, ma questo non vuol dire difendere l'indifendibile.

  5. NON NASCONDERSI. Trasformare i bei gesti in buoni comportamenti.

  6. NON ILLUDERSI. Noi cittadini chiediamo procedure snelle, ma dovremmo avere l'onestà di non approfittarne.

  7. NON AGITARSI. Un paese dove si evade tanto, si ruba troppo, si produce poco, si lavora male, si complica tutto e non si cresce per nulla, non ha futuro.

  8. NON FERMARSI. Don't stop thinking about tomorrow.

Il 2013 è appena cominciato ...c'è tanta strada da fare, ma almeno siamo in cammino!

Buona strada e buona vita.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Giugno 2013 12:55

Fenomenologia dell'album di esordio secondo gli Absolut Red

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Una cosa apparentemente divertente che probabilmente rifaremo


Sempre più intrigante questo viaggio tra le produzioni culturali sassesi! Le proposte di ascolto e di lettura sono davvero tante, quasi tutte molto interessanti, e fortunatamente tutte molto diverse tra loro. Confermando sempre più l'impressione che la nostra produzione culturale sia molto più ricca e meno seriale di quello che saremmo portati a pensare.

Sono musicalmente onnivoro, da Bach agli ZZ Top, e il mio viaggio, dopo il rap e dopo il rockabilly degli scorsi numeri (NdA: l'articolo nasce per il numero di febbraio 2013 del Resto di Sasso), mi ha portato questa volta a scovare un piccolo gioiello di Indie Rock made in Sasso Marconi

Parlo di A Supposedly Fun Thing We'll Probably Do Again, dei nostri Absolut Red, presentato sul prestigioso palco del Covo Club di Bologna il 5 gennaio scorso e disponibile al Disco d'Oro e in altri negozi della città. Ironico e molto anglosassone già nell'articolato titolo (preso parzialmente in prestito da David Foster Wallace), l'ascolto dell'album tende a confermare la prima impressione che ricevi tenendo in mano il CD, caratterizzato da un morbido involucro saturo di colore ed accattivante.

Totalmente autoprodotto, registrato e mixato in tavernetta (di Lovi, cantante e chitarrista), come la migliore tradizione Indie impone. Ma con una grande attenzione ai suoni, per la cui produzione pare abbia dato una mano Jo Poli dei FuoriOnda. Colpisce subito l'orecchio un grandissimo gusto negli arrangiamenti, marcatamente britpop e forse premonitore di una nuova british invasion della nostra stanca Italia. Che potrebbe proprio partire dalla nostra città!

Il loro rapporto con Sasso è ricco di contraddizioni, come è normale che sia per un gruppo di adolescenti in cammino verso l'adultità (a patto che esista davvero) che hanno conquistato la macchina da neanche un paio d'anni. Parlando dell'ambiente in cui è nato e cresciuto gruppo, sulla scheda scritta da Sem Rossi, batterista di precisione del gruppo, possiamo leggere: “trascorrevamo il confino nella noiosa Sasso Marconi: cupa, vecchia, triste e all'apparenza insignificante, ma in fin dei conti teatro di tutta la nostra storia.” Difficile non tornare con la mente a quando, più o meno di recente, ci siamo sentiti così in tanti. Profondamente legati alle radici e nel contempo desiderosi di volare via.

Personalmente non vivo di Indie Rock, anche se lo bazzico piacevolmente di tanto in tanto da prima che si chiamasse così, ma già il primo ascolto mi colpisce favorevolmente.

Chiedo a Simon, chitarrista del gruppo e buon amico ormai da un po' di anni, di darmi una mano a capire meglio l'operazione. Simon è l'unico chitarrista che mi sia mai capitato di vedere capace di mettere tanto cuore nella plettrata da finire il concerto con il palmo della mano grattugiato sulle corde! Questa la sua risposta, intrisa della distratta umiltà di una star consumata: “Forse non siamo abbastanza maturi, abbastanza pronti o convinti di diffondere qualcosa. Noi suoniamo.” Tutto molto enigmatico. Non resta che iniziare l'ascolto del CD, allora.

Sento cosa sono diventate Occasion e African Savannah, che ho praticamente visto nascere live dopo live. E mi piace un sacco. Vengo ipnotizzato dallo spensierato fischiettare (e dalla melodia solo apparentemente svagata) di Bathroom Whistling. Mi colpisce tantissimo il primo ascolto di 90s' call, di cui colgo qualche frase, qualche citazione di un mondo che io ho vissuto già adulto, loro bambini, ma che ci accomuna profondamente. L'impossibilità di memorizzare i nomi dei protagonisti di Doestoevskij e la più grande lezione che un uomo possa imparare: “The most important thing, that you’ll ever, ever learn is how to love and how to be loved.”, che da Nat King Cole arrivò a noi attraverso il meraviglioso Moulin Rouge, quando gli Anni '90 erano appena finiti.

Nei testi delle altre tracce si alternano note di profondo, dolcissimo pessimismo, ad agrodolce sentimentalismo nei confronti delle piccole cose e degli episodi apparentemente poco importanti. E non viene mai meno uno slancio intellettuale, che passa dal richiamo al titolo di una raccolta poetica di Montale (il gioco tra Occasioni ed Occasion è tutt'altro che superficiale, tra analogie poetiche e donne angelicate) ad un riferimento filosofico a Bergson su spazio, tempo e percezione.

E proprio qui cominciano i miei primi problemi. Il mio inglese fa schifo. Non posso nascondermi dietro ad un dito! Negli ultimi anni mi sono sempre occupato di cantautori italiani, che comprendo senza difficoltà e che riesco ad approfondire con soddisfazione. Ma questa non è un'attenuante: il mio inglese continua a fare schifo! Per fortuna i ragazzi hanno forse inconsapevolmente fornito un aiuto agli ascoltatori attenti ma con carenze lessicali. E sul sito http://absolutred.bandcamp.com (da cui è possibile anche scaricare i brani in free download, oltre a leggere i testi) trovo quello che mi serve: avendoli sotto gli occhi, tutto mi risulta decisamente più comprensibile rispetto al mio goffo tentativo di capirli al semplice ascolto. E, con l'aiuto del traduttore di Google (rabbrividisco...) e di qualche amica più ferrata di me, i messaggi iniziano a diventare più chiari. Ma non cristallini. E questa volta non è un problema linguistico. Tutto è magnificamente psichedelico, e le storie della quotidianità si trasfigurano in immagini sfocate, in accostamenti spesso azzardati.

Come nel passaggio tra il profilo sognante e sfuocato di ragazza che colpisce in copertina, mentre all'interno un pesce gatto di Kuala Lumpur si fissa enigmaticamente allo specchio quando il CD viene aperto. E, come in un gioco, arriverete al doppio pesce solo dopo aver rimosso il CD, su cui campeggia l'immagine di Giovigo, simpatica mascotte di origine gastronomica capace di far sorridere anche gli anelli di cipolla.

Queste frasi sembreranno forse sconnesse, come potrebbero apparire forse troppo audaci alcuni passaggi dei testi delle canzoni. Ma se fate lo sforzo di prendere in mano l'oggetto CD, aprirlo, metterlo all'interno del vostro lettore, e avviare l'ascolto, tutto vi sarà decisamente più chiaro. E difficilmente non ne sarete conquistati.

Oltre al sito già indicato, potete contattare la band anche all'indirizzo mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. o attraverso FaceBook. Dall'altra parte del PC troverete un gruppo di ragazzi di Sasso in gamba, che rispondono al nome di Luca Lovisetto (cantante e chitarra), Simone D'Avenia (chitarra), Daniele Raffaelli (basso) e Samuele Rossi (batterista). Con in testa un sacco di pensieri più o meno sconnessi, e con l'idea fissa che la musica possa ancora cambiare il mondo.

 

"Are you sure to love me enough? Like the queen loves her tarts:

she bakes many many cakes, but she’s always very very doubtful about her final result. "

Absolut Red - Occasion

 

Copertina Absolut Red

Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Aprile 2013 07:13

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