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The Mystic Knights of Oingo Boingo - Fenomenologia del “pensare differente”

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Strani collegamenti e flussi di coscienza. Stamattina, sveglio da abbastanza, ma ancora non troppo reattivo, mi imbatto nel video Little Girls degli Oingo Boingo postato sulla bacheca FaceBook di un amico. Un amico con qualche anno in meno di me, ma decisamente molto più attento di me alla storia della musica e alle sperimentazioni musicali, soprattutto degli ultimi cinquant'anni (grazie, Luca Fattori!).

Oingo Boingo. Mi si aprono una serie di cassetti della memoria.

Una conversazione con la mia amica Silvia, mille anni fa, sul secondo 92 delle 7:15 (l'autobus che percorreva il tragitto Sasso Marconi - Bologna e che tutte le mattine portava me e qualche altro “eletto” al Minghetti, un sacco di gente all'ITIS e qualche altro individuo sparso ad altre scuole superiori sparse nel Centro di Bologna). La scoperta casuale di qualche anno dopo, mentre vagavo su internet seguendo una conferenza al DAMS che gli Oingo Boingo erano stati il gruppo di Danny Elfman, papà di un sacco di colonne sonore di Tim Burton, di serie animate di successo (The Simpson in testa) e di film di supereroi e non solo.

Già allora avevo ripensato a quella conversazione mattutina, interrogandomi. Io, giovane liceale molto sensibile al rock inglese e alle sue varianti hard statunitensi, come tanti in quel periodo. Lei ragazza molto carina ed alternativa, di qualche anno più grande di me, che si cibava di New Wave, del neonato Grunge (made in Seattle) e che dopo pochi anni avrebbe trovato in Tori Amos il suo modello di vita.

A me, semplicemente, non piacevano. Avevo trovato qualcosa che consideravo orecchiabile nella loro produzione, mentre ci dividevamo gli auricolari del suo walkman (direi ancora a cassette ...i walkman a CD capaci di non saltare ad ogni buca dovevano ancora arrivare), ma non mi piacevano. Lei mi parlava di contaminazioni, ma forse, semplicemente, non ero ancora pronto a questo termine, che sarebbe diventato parte della mia esistenza profonda solo alla fine del Liceo per consolidare la sua presenza nel mio metodo solo all'Università. Li avevo archiviati, tutto qui.

Quando, però, mi erano ricapitati tra le mani associati al nome di Danny Elfman, che nel frattempo era stato nominato ad un sacco di Oscar e di Grammy, e che era spesso in sovrimpressione sulle nostre televisioni grazie ai titoli di coda dei Simpson, avevo deciso di dedicarci un po' più di tempo.

E avevo scoperto qualcosa di più su suo fratello Richard, sul suo viaggio in Africa per studiare percussioni, su Forbidden Zone e sui Mystic Nights.

E mi era venuto da riflettere su di un concetto che mi è tuttora molto caro. Quello del “pensare diversamente”, o “pensare altrimenti”, come qualche manuale preferisce definirlo.

C'è un modo corretto e tanti modi sbagliati per approcciarsi alla realtà? Oppure si tratta di costruire un proprio metodo personale, che si posi più o meno solidamente sulle esperienze di chi ci ha preceduto e sulle credenze di chi ci circonda, ma che deve necessariamente riservarsi ampi margini di autonomia e di creatività?

Il dubbio è una delle più profonde linee guida dello sviluppo delle mie convinzioni. Sono antidogmatico di indole, altrimenti avrei fatto teologia e non filosofia, ma nel contempo non riesco ad eccitarmi per quelle visioni alternative che poi diventano talmente diffuse e comuni da apparirmi più come mode superficiali che come reali varianti dell'approccio alla realtà.

La musica mi ha aiutato molto. Nel complesso tentativo di capire quanta innovazione ci fosse negli snodi della tradizione che avevano cambiato il mondo, e il modo di ascoltare, stava una parte fondamentale della mia ricerca. Per capire quanta storia fosse entrata, più o meno di prepotenza, nelle note e nelle parole. Quanto mercato e quanta moda.

Ma il principio non è applicabile solo alle produzioni musicali degli Oingo Boingo (o della Penguin Cafè Orchestra, o di tutti coloro che hanno cercato nuove strade, nuove tecniche o nuove contaminazioni di gusto), ma a qualunque ambito dell'azione umana.

E questo, per me, è stato un anno di profonde riflessioni.

E non tutto è iniziato con il mio recente tentativo di cambiare radicalmente la mia vita, che era arrivata ad un punto in cui non mi piaceva più. Non solo un cambio di lavoro (con relativo stato di sospensione e di incertezza). Non solo importanti novità in ambito sentimentale ed affettivo (con qualche grande dolore annesso, tanti piccoli e grandi tentativi di superare gli ostacoli, e tantissima felicità).

A tanto è servito il lungo lavoro con la Virgi per la sua tesina su Basaglia, con annessa la lettura della Storia della Follia e la visioni di tanti film e documentari sul tema. Perché Basaglia, a prescindere da ogni giudizio politico, aveva senza dubbio in testa qualcosa di molto diverso da quello che è successo per colpa di un'incompleta applicazione della Legge da lui promossa e che è stato dovuto in parte alla sua scomparsa prematura.

A tanto la ricerca di documenti e il continuo scambio di idee con Ciuppi per la sua tesina sulla Street Art, forma d'arte capace di portare le esposizioni fuori da musei e gallerie d'arte, anche se spesso il confine tra arte e vandalismo crea un sacco di problemi alla discussione.

A tanto un recente incontro con un ingegnere-seminarista che verrà presto ordinato sacerdote e che ci ha aperto il suo cuore ad alcune profonde considerazioni sulla libertà vissuta proprio lì dove il mondo comune vede costrizione, sulla felicità che non è fatta solo di denaro, successo e di “e vissero felici e contenti”, ma di un percorso e di una consapevolezza che possono a volte anche fare stare male con se stessi e far sentire fuori posto.

A tanto anche il progetto di Matteo Parisini dal titolo LISOLA, un documentario su un esperienza di vita comunitaria che ha interessato il nostro territorio tra metà anni Settanta e inizio anni Novanta. Una Comune che, come tante, si è scontrata con problemi di ordine organizzativo (tempi e ruoli), monetario, sociale, evolutivo, ma che ha comunque segnato in profondità la storia del nostro piccolo paese. E, oltre alla visione del filmato, peraltro molto ben realizzato, mi ha aiutato nella mia riflessione lo scambio di mail e messaggi con il regista (nonché principale ideatore e curatore) del documentario. Nonché persona estremamente in gamba.

Una frase, riportata nel film e diventata motto del progetto, rappresenta secondo me una riflessione profondamente degna di nota: “Quando abbiamo cominciato ci dicevano tutti che eravamo “matti”… le cose “da matti” di allora si possono fare anche adesso anche se saranno cose “da matti” diverse.”

Perché è facile, quasi consolatorio, pensare che la sperimentazione e la contaminazione siano concetti legati unicamente alla sfera artistica. “Tanto cosa posso farci, io?!? Lasciamo che siano gli artisti a porsi i grandi obiettivi, a fare le cose diversamente...” Oppure i designer, o i grandi tecnocrati alla Bill Gates o alla Steve Jobs.

E invece ciascuno di noi dovrebbe affrontare, ciascuno secondo le proprie possibilità, la propria parte di mutamento. Di sperimentazione alla ricerca di qualcosa che sia meglio di quello che abbiamo. Nel tentativo di comunicare in modo più efficace e meno conflittuale, ad esempio. O nel tentativo di un miglioramento etico, che porti verso una società più equa. O nel tentativo di imparare ed insegnare l'empatia, per arrivare ad una migliore capacità di ascolto...

Penso al modello che usa Thomas Kuhn per spiegare la storia della scienza: la scienza non è una costante progressione verso la verità, ma una continua alternanza tra rivoluzioni scientifiche e momenti definiti di “scienza normale” (quelli cioè in cui i le conoscenze che hanno dato il via alle rivoluzioni si istituzionalizzano in paradigmi).

Forse in epistemologia questo modello non è proprio il massimo, e tende a confondere la ricerca della verità con una sorta di mix tra moda e consenso.

Ma forse non è tutto da buttare via. Dopo qualche decennio in cui la sperimentazione economica e sociale avevano condotto i fortunati che c'erano ad un livello di benessere forse mai così diffusamente raggiunto, almeno all'interno dei confini del “nostro mondo”, il paradigma che sembrava impossibile da mettere in crisi ha cominciato a dimostrare tutti i suoi limiti.

Tra i quali l'impossibilità di mantenere certi ritmi di sviluppo senza fare seriamente male al pianeta e a tanta parte dei suoi abitanti presenti e futuri, l'incompatibilità tra il modello maggiormente diffuso e un'equa distribuzione della ricchezza, la difficoltà per le giovani generazioni di poter ambire alla realizzazione (professionale e familiare), tanto da mettere in discussione il diritto inalienabile alla ricerca della felicità. E' la prima volta, ricordiamo, che la generazione successiva deve prepararsi ad un passo indietro, speriamo consapevole e controllato, rispetto alla generazione che l'ha preceduta.

Credo che si sia giunti ad un punto in cui bisogna ammettere la definitiva crisi del paradigma. Proseguire su questa strada vuole dire in prima battuta allearsi con quanti stanno, tanti in modo assolutamente vergognoso, arroccati nei loro castelli dorati, cercando di rendere intoccabile il loro privilegio, e in seconda battuta trovarsi sull'orlo di un precipizio senza la possibilità di tornare indietro e senza la corda per calarsi almeno in modo sicuro al suo interno.

Come fare per ridare speranza ai viventi e entusiasmo ai giovani? Certo non come si è fatto fino ad ora.

L'arte sta cercando le sue nuove strade per raggiungere il cuore delle persone. La forte esigenza di fede e la riflessione su quanto si pone su di un piano realmente alternativo rispetto a quel sentire comune che sta minando la percezione del senso comune inteso propriamente sono sicuramente due segni dei tempi molto importanti.

C'è una grande confusione tra tentazioni di ritorno al passato, anche senza averlo conosciuto, e desiderio di una fuga in avanti totalmente a casaccio che difficilmente può farci approdare a qualcosa che possa diventare la base su cui costruire qualcosa.

Il testo dello spot della campagna “Think Different” della Apple (1997), che in Italia era letto dalla voce di Dario Fo, mentre nel video scorrevano immagini di Einstein, di MLK, di Gandhi, e di un sacco di altra bella gente, al di là di ogni giudizio su quello che poi è stato lo sviluppo della politica aziendale del marchio, credo che abbia ancora un suo fascino:

“Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status quo.

Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità.

E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”

Non voglio esaltare Apple. Nulla di più lontano dalle mie intenzioni.

Vorrei solo auspicare qualche nuovo paradigma da testare, magari basato su quello che ci rende compiutamente uomini e realmente fratelli gli uni degli altri.

Non so se la fuga all'interno del mondo fantasy della mia adolescenza sia un segno indicativo del momento che sto vivendo, ma avrei voglia di grandi imprese, di sentimenti onesti e limpidi, di valori che siano al contempo chiari ed incorruttibili, per quanto pochi e primitivi.

Sognare un mondo migliore, di questi tempi, non è certo un'impresa di cui sentirsi troppo fieri: quello in cui ci svegliamo tutti i giorni fa davvero troppo schifo perché ciò non avvenga.

Ma quanti sono quelli che sono disposti a mettersi in gioco per provare a cambiare le cose?

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